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mercoledì 8 febbraio 2012

Tratti rossi

Il pensiero di iniziare uno stage e sapere già tutto quello che riguarda web, contenuti e campagne pubblicitarie appartiene solo a coloro sicuri di sé.
Io, modestamente, non ero tra questi. Se già nel primo giorno avevo avuto modo di subire i segni della penna rossa della correttrice di bozze di Vogue, le responsabilità che mi erano state affidate stavano via via aumentando, ma i risultati, purtroppo, tardavano ad arrivare. Unica eccezione era stata una serie di quiz per Mulino Bianco che mi erano stati approvati alla seconda correzione e che verranno stampati sulle confezioni delle merendine a marzo. Non si può certo dire che anche Carrie abbia iniziato scrivendo per delle brioches, ma è pur sempre un inizio.
Nel caso di un articolo da scrivere per il lancio di un sondaggio invece, dopo un paio di correzioni, Stefania ha pensato bene, visti i tempi ristretti, di ritoccarlo personalmente. Ovvero: stravolgermelo completamente, cambiarlo da capo a piedi, rifarlo.Un momento di sconforto ma poi, pensandoci bene, si trattava solo di questioni di tempo. Anche perché, subito il giorno seguente, mi era stata affidata la correzione di un articolo su un negozio di abbigliamento francese. Compito: trovare un nuovo negozio da inserire che fosse bello ed al tempo stesso avesse una sua peculiarità. Venerdì pomeriggio, rimasto tra gli ultimi in un ufficio sempre più deserto per via della neve e del weekend, ho concluso il mio pezzo su Colette, uno dei più vecchi concept store di Parigi. 300 metri quadrati di abbigliamento, design, arte, meta prediletta dai francesi fashionisti. Invio il mio pezzo alla correttrice di bozze e me ne torno a casa sereno e soddisfatto. Controllo la mia casella di posta dell'ufficio per tutto il weekend e di Stefania nemmeno l'ombra. Pobabilmente, penso, ho fatto un buonissimo articolo che non prevedeva la minima osservazione. Di questo passo potrò ambire a livelli ben più alti.

Lunedì mattina Stefania arriva in ufficio in ritardo, il tempo di lasciarle posare le borse e le chiedo come fosse il mio lavoro. “Non va bene, Aspirante Carrie Bradshaw, è tutto da rifare. Merci, il negozio che abbiamo sostituito, aveva una sua caratteristica, questo è un classico concept store. Non dobbiamo pubblicizzare altri negozi, ma lanciare un'idea”. Rimango di sasso. 3 ore della mia vita in scrivania e 300 metri quadrati di negozio buttati all'aria. Poco più tardi riprovo a cercare nuovi entusiasmanti negozi legati al commercio solidale. Stefania: no, quello ormai lo fanno tutti. Mi butto allora sul green commerce. Stefania: no no, è vecchia come idea, a noi serve una nuova tendenza; prova a vedere un negozio che ho visitato a Tokyo, il Sample Lab. Vado a fare l'ennesima ricerca su Internet e trovo la nuova moda dello shopping del momento: il tryvertising. Cioè negozi nei quali per accedere serve pagare una piccola quota (in Spagna 5 euro + 13 di iscrizione) ma da cui si possono portare a casa fino ad un massimo di 5 prodotti (in campioncino) fino ad un valore di 50 euro! Butto giù le mie 4 righe e gliele porgo. Stefania: “Aggiungiamo nuove informazioni, spiega che c'è anche nel beauty, dobbiamo dare notizie”. Vado ad aggiungere nuovi contenuti, ritocchiamo assieme il pezzo (che nel frattempo si era allungato di altre 5 righe) e a 5 minuti dalla chiusura del sito siamo in procinto di inviarlo al cliente quando l'occhio le cade nella finestra che avrebbe dovuto occupare. “Oddio, lo spazio è troppo piccolo. Dovevamo essere più sintetici”. “Ma va?” vorrei risponderle io, in realtà non sapevo che dire, se non che le giornaliste di Vogue dovevano avere molta pazienza. Va a finire che si prende il pezzo, se lo risistema, ed una volta speditomi la parte definitiva mi ritrovo tra le mani 2 righe su delle scatolette di campioncini gratuiti di creme e smalti. L'ultima riga su 8 del mio pezzo, era diventato un articolo. Le restanti 7, completamente sparite.
Torno a casa deluso e amareggiato, gli esami in Unicatt passavano senza che io trovassi il tempo di darli, Nicole non aveva più entrate per via delle ore in ufficio, io non avevo modo di vivere. Lo stage stava evidenziando il suo lato nero. La pazienza deve iniziare ad essere la mia nuova collega.

lunedì 30 gennaio 2012

Primi passi verso il successo

Arriva il momento, per qualsiasi laureato che si approccia al mondo del lavoro, di fare gavetta.
Perchè in fondo tutti devono fare gavetta se si vuole diventare qualcuno. Insomma, non posso certo pensare di poter diventare un giornalista affermato senza prima immergermi nei dilemmi di redazione in qualità di stagista. No, questa è l'occasione per il mio futuro.
Continuo a ripetermi queste parole un freddo lunedì mattina quando la sveglia mi butta giù dal letto alle 8 in punto. Abituato com'ero a svegliarmi alle 12, avere la giornata libera, studiare la notte e scopare a qualsiasi ora, l'idea di iniziare uno stage di tre mesi, in un ufficio con orari ben definiti, mi soffocava. Tre lunghi mesi, gratis, con orari 9e30-18 a fare non si era ancora capito cosa.
Cerco di consolarmi, mentre sono in metro e guardo la faccia assonnata della gente. E' per il mio futuro, continuo a ripetermi.E poi diciamocelo chiaramente, un po' di regolarità mi serve. Anzi, questo è il cambiamento che aspettavo. Perchè, se ci penso bene, non posso continuare a fare semplicemente lo studente, alzarmi quando mi pare e andare a dormire alle 3e30 tutte le notti quando va bene, serve regolarità. Quindi sì, questo stage è una vera manna dal cielo, mi dico di fronte alla porta dell'agenzia di comunicazione della mia professoressa.
Timidamente mi affaccio all'interno della reception e la segretaria con cui ho scambiato parecchie mail mi accoglie calorosamente e mi fa strada verso la mia postazione. Attraverso il fantastico ufficio dalle pareti rosse, muri trasparenti, divani comodi, librerie e monitor finchè non si ferma di fronte ad una scrivania piena di scatoloni e riviste accumulate da cui spunta in Mac. "Eccoci qui" dice indicandomi il tavolo "questa è la tua scrivania, sistemati pure come preferisci, liberala e accendi pure il pc". Rimango sbalordito dalla bellezza del luogo e dall'enorme quantità di documenti che chi c'era prima di me aveva tenuto.
Scopro così in poco tempo che l'agenzia a cui ero entrato a fare parte intratteneva rapporti con Mulino Bianco, Vodafone, Amici, Dove e molte altre. Niente male come inizio.
Arrivo però al pc: ok, come si accende un Mac? Provo a toccare ovunque ma non sembrano esserci pulsanti per accenderlo, così mi rivolgo alla ragazza seduta alla scrivania più vicina "Scusami" inizio "purtroppo non capisco come si accende questo Mac" "E' semplice, guarda lì dietro". Mi sporgo appena e noto un grosso pulsante. Ok, niente panico.

Il tempo che tutti siano arrivati in ufficio e subito inizia il mio primo incarico da stagista: un articolo per un sito di abbigliamento. Oh, finalmente qualcosa che posso fare, dico tra me e me.
"Devi scrivere un pezzo sui migliori luoghi dove correre in Italia". La donna che siede nella scrivania accanto alla mia blocca il mio entusiasmo. "Ottimo" mi fingo entusiasta cercando di nascondere il fatto che di attività fisica non se so praticamente nulla e mi butto alla ricerca di qualcosa di utile. Dopo un'ora circa sono soddisfatto di me e consegno la bozza alla mia responsabile che, dopo un paio di minuti, me la riconsegna completamente ricoperta di correzioni fatte con la sua biro di un rosso fiammante. Rimango di sasso.
"Il tono dell'articolo dev'essere più diretto, non da cartolina. E' per ragazzi, devi essere più informale". Tento di trattenermi dal dire che non so nemmeno come sono gli articoli di quel sito, che non so di che si tratta e che non vorrei essere in quell'ufficio, ma a studiare per l'esame di economia. Invece mi metto al lavoro, perchè, mi ripeto, questa è la mia occasione. Consegno l'articolo che viene subito approvato e poco dopo ne scrivo di nuovo un altro sugli sport di tendenza che mi aiuta almeno ad arrivare stanco morto a fine giornata.
Il secondo giorno mi sveglio decisamente distrutto ma sicuramente più motivato. Insomma, se continuo a fare quello che sto facendo i 3 mesi voleranno senza che io me ne renda conto, se poi collaboro ancora con Stefania la giornata passerà senza problemi. Appoggio la mia maxi bag sulla scrivania, questa volta il Mac so accenderlo. "Stefania è ammalata". Boom. Che cazzo faccio 8 ore in ufficio? Passo per le stanze ed interrompo una riunione. Mi squilla il telefono, alzo la cornetta ma dall'altra parte il vuoto, la capa dello studio esce dalla riunione e mi riprende "Guarda che al telefono devi rispondere". Voglio morire.
Quanto manca alla fine della giornata? 7 ore e 52 minuti. D'accordo, devo trovare una scusa ed andarmene. "Aspirante Carrie Bradshaw vieni ad ascoltare la riunione" mi avvicino al maxi tavolo dove 6 donne in carriera stanno discutendo di un nuovo progetto di Mulino Bianco. "Realizza un Benchmark sulle varie possibilità per realizzare i laboratori del Mulino, grazie". E vengo subito liquidato dalla capoufficio scorbutica.
Non ho la più pallida idea su dove iniziare. Squilla il telefono, è Stefania. "Ciao Andrea, ascolta mi servirebbe che tu mi cercassi informazioni per un articolo sul comportamento a tavola e, siccome scrivi benino se vuoi puoi anche cimentarti tu e mandarmelo via mail. Benino? Comportamento a tavola? Benchmark? D'accordo, come seconda giornata non va affatto bene. 
Mi faccio forza e decido di buttare giù qualche riga che poi mando a Stefania. Il tempo di mandare la mail e la mia vicina di scrivania, tra un discorso e l'altro, mi dice "Stefania è una bravissima correttrice di bozze, pensa che ha lavorato per Vogue". COME? Mi ritorna in mente il pezzo osceno che le ho spedito, vorrei morire. Quel pezzo deve sembrare uno scherzo. Mando un'altra mail dicendo che mi tengo disponibile per eventuali correzioni anche fuori orario lavorativo ma alle 18 di Stefania ancora nessuna notizia. Inizio seriamente a temere che il benino sia diventato un malissimo.
Vorrei terminare il Benchmark, riscrivere l'articolo o trovare il modo di fare qualcosa di giusto in quell'ufficio, ma sono le 18 ed alle 19e30 ho una puntata dell'Isola dei Famosi a cui assistere dal vivo in studio.
Certi impegni sono proprio improrogabili, persino per uno stagista.
Di certo c'è che da domani mi impegnerò di più in qualsiasi cosa scriverò. Anche se scrivo gratis, anche se sono uno stagista, anche se si parla di comprotamento alimentare, la regola del perfetto stagista è una: mai sottovalutare quello che ti viene affidato di fare, può sempre rivelarsi un'occasione per fare una pessima figura davanti alla gente su cui vuoi fare buona impressione.

domenica 8 gennaio 2012

Avventura all'Indipendent Style

Si arriva ad un punto della propria carriera universitaria in cui, vuoi per scelta, vuoi perchè il piano di studi lo richiede, che ci si debba dar da fare per cercare uno stage.
Che tradotto in termini da universitario depresso e pessimista significa "manodopera a basso costo", per un Aspirante Carrie Bradshaw come me invece, ottimista e desideroso di esperienza vuol dire "gavetta, gavetta, gavetta" e un gradino in meno a diventare qualcuno professionalmente.
Ancora indeciso sul da farsi, avevo iniziato a mandare il curriculum in giro per il web in risposta a qualunque annuncio cercasse pr, organizzatori d'eventi o giornalisti di qualche rivista sul costume ma, non ricevendo risposte immediate, avevo archiviato il tutto come una sconfitta.
E' successo poi che, durante il mio Seminario di Ufficio Stampa, la professoressa lanciasse un Contest: "Dovete creare la campagna pubblicitaria per il libro di Maya Fox. Vi dividerete in 12 gruppi e il progetto migliore verrà presentato alla Mondadori senza dimenticare che chi si saprà distinguere avrà la possibilità di seguire uno stage nella mia Agenzia di Comunicazione". Non appena aveva finito, ero pronto a prendere il tutto come l'ennesima prova dell'UniCatt per favorire una competitività già fin troppo alta tra i suoi studenti del corso di Comunicazione e a snobbare il tutto, finchè leggendo la quarta di copertina del libro da lei scritto, venni a sapere che la nostra docente che per intere ore avevo simpaticamente sottovalutato era stata nientepopodimeno che direttrice di Cosmopolitan e Io Donna, tra tutti. Bisognava darsi da fare.
Chiamate al rapporto Eugenia, Ilaria e Eleonora tentammo il possibile e, alla fine, il nostro gruppo vinse a sorpresa su tutti gli altri. Avevamo un progetto da presentare alla Mondadori. Oltre che la possibilità di fare uno stage presso al sua agenzia.

Un normale pomeriggio di inizio gennaio mi squilla il telefono. Numero privato. Rispondo. "Parlo con Aspirante Carrie Bradshaw (ndr)?" "Sì" "Ciao, sono del blablabla ho ricevuto il tuo curriculum per lo stage, volevo sapere cosa studiavi e se eri disponibile per seguirlo" "Studio organizzazione di eventi, certo che sono disponibile, mi interessa un sacco lavorare nel settore della comunicazione" "Ah bene, sappi però che è uno stage completamente free e che non verrai pagato" "Non è un problema di soldi per me, più che altro quando inizierebbe?" "Il prima possibile" "Ah, io avrei gli esami a gennaio" "Allora magari potremmo iniziare a febbraio, che ne dici di venire domani mattina a colloquio da me così vediamo se ci piacciamo?". E mi lascia l'indirizzo. Ok, chi diavolo mi ha chiamato? Tento di digitare l'indirizzo su Google, ma nulla sembra fare al caso mio. Guardo nelle mail inviate e mi balzano all'occhio due annunci a cui avevo risposto dei quali uno esigeva una persona che sapesse parlare fluentemente il cinese. Oh mio Dio, l'avevo inviato proprio a quell'agenzia? Niente panico, tanto ho già uno stage assicurato con la mia professoressa nonchè ex direttrice di Cosmopolitan. Si tratta solo di fare un colloquio per sport, così, giusto per fare un pò di esperienza.
Il mattino seguente mi reco con il mio curriculum stampato su carta verso la metropolitana. Indossavo il mio trench nuovo per l'occasione, le mie francesine nere casual e la maglia scollata regalata da Marion per la laurea. Perchè, anche se non conta per niente questo colloquio, in realtà devono capire che io ho stile. Sarò di certo la persona meglio vestita di tutto l'agenzia di comunicazione, e brillerò di luce propria. Seguo le indicazioni ed arrivo in piena periferia, la nebbia mi avvolge danneggando i miei capelli appena laccati. Merda, io torno indietro. Poi ripenso ai 2 euro spesi per stampare il curriculum e alla sveglia alle 9 del mattino: no, mi dico, andrò a quel colloquio anche se sono in ritardo di 10 minuti. In fondo ho già uno stage assicurato, questo è puro sport.
Arrivo all'edificio indicato, guardo la targetta: "Indipendent Style". Merda, mi dico, è lo stage nella redazione di una rivista di moda! E non mi sono preparato nessun discorso! E soprattutto: non indosso i miei capi preferiti! Mi faccio coraggio ed entro in una ex fabbrica completamente bianca ed avvolta dalla musica di Beyoncè alta come non mai. Una discoteca avrebbe saputo far molto meno. L'arredamento Ikea prevedeva anche delle segretarie in tacchi sedute a scrivere al pc, un uomo effemminato in smocking, una modella in pieno casting e la copertina dell'ultimo numero della rivista con in copertina Antonella Elia. Niente paura, mi dico, sono anche in ritardo ma ho comunque il mio trench e la mia maxi bag preferiti. Questo è il posto che fa per me. Inizio a dimenticare lo stage della mia professoressa, il concorso alla Mondadori, le lodi ricevute.. Qui voglio lavorare.
Cerco di sistemarmi alla meglio e vengo ricevuto dalla direttrice al massimo della sua austerità. "Sai vero cos'è l'Indipendent Style?" "Certo che sì" rispondo, fingendomi sicuro di me.
Il colloquio finisce dopo 10 minuti, al termine dei quali sono molto soddisfatto di me. Specialmente quando vedo entrare la candidata successiva: in stivaletti bassi e completamente anonima.
Esco dalla redazione ed iniziano i dubbi: dove andare? La segretaria della mia professoressa mi telefona giusto in tempo per dirmi che ha la documentazione da farmi firmare. Ora sono davvero diviso tra uno stage vinto con tutte le mie forze, ed un'avventura all'Indipendent Style.

giovedì 24 novembre 2011

Centoquattro

Centoquattro da ieri sarà qualcosa di più di un semplice numero.
Centoquattro da ieri sarà il numero che quantifica il lavoro di tre anni in UniBi. Centoquattro è ciò che ieri ha mobilitato, in un'atmosfera festosa, i miei Autorevoli Genitori, mia nonna e i miei Comprensivi Zii a Milano, armati di doni e biglietti d'auguri, Lou* e Clementia facendoli arrivare in UniBi per festeggiarmi. Centoquattro ha avuto il potere di farci trovare lì, in mezzo alla folla di parenti urlanti e corone di alloro, ad abbracciarci e baciarci come non succedeva da tempo. Centoquattro è il motivo per cui ieri ho pianto all'inizio di ogni conversazione, così come ho pianto quando ho consegnato la mia Tesi ad una delle mie zie, quando mia nonna si è presentata a sorpresa in UniBi nonostante il nonno malato a casa, e anche quando ho visto Clementia venirmi incontro in Aula Magna, consapevole del fatto che quella sarebbe stata l'ultima volta che avremmo trascorso in UniBi in qualità di studenti. Specialmente alla luce delle giornate che assieme avevamo condiviso tra un appunto e l'altro.
Sicuramente però, le lacrime che ho versato ieri sono più di centoquattro. Mi sono commosso quando ho rivisto tutte le mie compagne venute a salutarmi, quando mia nonna mi accompagnava fiera per i corridoi dell'UniBi senza ben sapere in cosa mi sarei laureato, e anche quando mi sono ritrovato a percorrere con la mente i 19 esami ed i 3 anni di lezioni con le facce di molte delle vite che avevo incrociato.
Centoquattro è meno dei ricordi che mi conservo di questa esperienza. Così come è meno delle persone che ho conosciuto in questa triennale. Ma è sicuramente molto più delle volte che indosserò la camicia e la cravatta che ho acquistato per l'occasione.
Io in genere non sono per queste cose smielate. Ho sempre detto e ribadito (nonchè supplicato le mie amiche) che la proclamazione sarebbe stata una pura formalità, una semplice stretta di mano e fuga che tutti vivevano in maniera troppo assillante presi da non so quale sentimento. Una vera perdita di tempo che non faceva altro che ostacolare il rispetto delle mie scadenze in UniCatt. Invece, respirando quell'aria e vedendo come un semplice rito coinvolga così tante persone in modo spontaneo, mi sono reso conto di quanto mi sbagliassi. E di quanto, in fondo, provare l'emozione di commuoversi per aver portato a termine qualcosa che nemmeno contavi di finire sia appagante. Non è sicuramente un centodieci con tanto di lode, ma di certo questo centoquattro mi ha consentito di rivivere quel senso di soddisfazione e di calore che da tempo non sentivo (un pò come quando mi è capitato di vedere il video qui sotto). Oltre ad avermi fatto incontrare Clementia.
Grazie centoquattro.


PS: probabilmente questo video sarà già stato visto e rivisto sino alla nausea, ma l'immagine di tante persone sconosciute, che si adoperano per creare qualcosa in maniera disinteressata, con il sorriso sulle labbra, facendo qualcosa di stupido, è un vero inno alla vita.

sabato 29 ottobre 2011

Doni di natura

La mia coinquilina Eugenia, iscritta al secondo anno del mio stesso corso di Laurea, mi ha suggerito, per il primo semestre, di aggiungere alla lunga lista di esami anche qualche corso sovrannumerario in modo di risparmiare energie per l'anno successivo. Sì perchè pensandoci bene è già dall'inizio che si vede l'impegno di una persona. Ed io anche se avevo una tesi da concludere e parziali che mi piovevano addosso, sentivo di non avere ancora abbastanza impegni.
Cosa seguire?
Faccio scorrere l'intero elenco di materie affini al mio corso di Organizzazione di Eventi finchè non vedo un seminario particolarmente interessante di Scrittura Creativa. Mi fermo come se un'illuminazione mi avesse colpito. Eccolo, quello è il mio corso. Mi ci vedo già, piegato sul mio banco in preda a qualche guizzo d'autore e intento a scrivere i miei pensieri profondi. Benissimo, mi dico, sarà anche una materia riservata al secondo anno, ma è sicuramente il corso che fa per me, se voglio diventare come Carrie Bradshaw.

Il lunedì seguente, saluto così Luca ed Eleonora e mi dirigo verso l'aula in questione. Stanza 353. Un numero polindromo, già mi piace. Spalanco la porta. Un'intera classe piena zeppa di studenti, alcuni dei quali seduti a terra, mi fissa mentre un professore continua a parlare di finanza. Cerco di farmi posto in fondo alla piccola classe chiedendomi il motivo che spingesse il mio professore di Scrittura Creativa a parlare di denaro, aziende eccetera. Mi rivolgo ad una ragazza "Scusa, che corso è questo?" "Economia e Gestione dell'impresa" mi risponde "Ah, ma non è scrittura creativa!" dico scioccato "Eh, evidentemente no". O mio dio. Niente panico, ricontrollo. La lezione di Scrittura è in aula 353. Maledizione! Mi faccio coraggio e ripercorro l'aula interrompendo per la seconda volta la spiegazione. Mi sentivo una matricola sperduta.

Arrivo all'aula della lezione, controllo. Sì, è proprio questa. Apro la porta ed in classe ci sono solo 10 persone che non conosco. Decisamente meglio. Con un'ora di ritardo arriva il professore che è nientepopodimenoche un poeta bolognese che tiene corsi di poesia in giro per l'Italia. Dopo una breve spiegazione, ecco che inizia il seminario: "Ora vorrei sapere da voi perchè vi siete iscritti qui. Perchè avete scelto proprio questo seminario rispetto agli altri". Ehm. Che dico? "E mentre lo dite uno per uno vi alzate in piedi e dite il vostro nome e cognome". Oddio. Vorrei morire. Inizia la secchiona della prima fila: "Io mi sono iscritta a questo corso perchè amo la scrittura. Compongo poesie e voglio esercitarmi in una cosa che mi piace e che finora ho fatto solo a tempo perso". Vorrei dire che io sono qui solo per un errore, che credevo che fosse un corso semplice, che non fa proprio per me questo genere di cose. Intanto le presentazioni continuano: "Io ho scritto un paio di articoli per un quotidiano veneto", "Io lavoro in un'agenzia pubblicitaria", "Io ho lavorato per una redazione e voglio sapere qualcosa di più sulla stesura di copioni". Oddio, dove sono finito?
Arriva il mio turno. Mi alzo. "Io mi sono iscritto qui perchè voglio scrivere. Mi piacerebbe scrivere articoli di costume, ma non ne ho mai avuto modo e credo che seguire questo corso mi farebbe solo bene". Faccio per sedermi, soddisfatto della mia presentazione. Modesta, moderata, niente di eccelso, sono soddisfatto. Il professore chiede "Quindi lei mi sta dicendo che viene perchè peggio di così non può andare". "Bè sì", rispondo. "Ah bene, credo che questo sia il complimento peggiore che qualcuno abbia mai fatto ad un mio corso. Passiamo al prossimo".
Rimango di sasso. Non è certo un buon modo per iniziare.
Al termine del giro ci incarica di descrivere un compagno della classe. Io ovviamente non conosco nessuno. Vorrei alzarmi ed andarmene, ma poi mi rendo conto che nessuno molla così e che se voglio imparare a scrivere questo è quello che devo accettare: ci sarà sempre qualcuno più bravo di te.

Al termine della lezione sono esausto. Per almeno una settimana non voglio più sentire parlare di testi, poesie e simili, intanto rifletto su come riprendermi. Un pò di shopping può fare al caso mio, mi dico. Mezz'ora dopo sono l'H&M di Corso Buenos Aires. Non imparerò a scrivere, ma almeno so riconoscere un blazer carino. In fondo, ognuno ha i suoi doni di natura.

sabato 8 ottobre 2011

Secondo giorno in UniCatt

Abituarsi ad essere studente di una delle università più prestigiose di Milano non è cosa facile. Al mio terzo giorno, in compagnia di Eleonora, sto inziando a malapena ad apprendere gli ABC della vita da bravo studente.
Quello che invece non avevo ancora capito era il criterio della scelta di posto da parte di Luca, il ragazzo più figo del corso, immancabilmente solitario e sempre nei miei paraggi. Avevo scoperto il suo nome per caso, un giorno, quando per caso, nel passaggio del foglio delle firme in Antropologia dei Media, il mio occhio era caduto per caso sulla sua firma e avevo capito che oltre a non sapere ancora il suo numero di matricola veniva da Bari ed aveva un anno in più di me.
Quest'oggi Luca è seduto esattamente dietro di me. Che sia un messaggio chiaro di interesse? Gay non lo sembrava per niente, visto il tono di voce con cui mi aveva chiesto un'indicazione il giorno prima, però in fondo qualcosa c'era. Di certo era un chiaro segno di grande stima nei miei confronti. Evidentemente, tra tutti i compagni, io ispiravo più fiducia. Il mio modo di vestire elegante e sobrio, sempre in camicia e francesine, l'avrà certamente spinto a considerarmi una persona puntuale e precisa. Certamente.
Pensandoci bene infatti io sprizzo affidabilità da tutti i pori: sono metodico, ordinato e chiaro. Di certo questo Luca deve avere un gran buon gusto.
"Mi avete consegnato i nominativi con i nomi dei gruppi per il lavoro, vero?" chiede il professore al termine della lezione. Merda. Mi sono perso qualcosa? Eleonora mi spiega che in vista dell'esame dobbiamo dividerci in 11 gruppi di massimo 10 componenti l'uno e trattare un argomento a scelta. Il suo gruppo (creato già alla prima lezione) è completo, ragion per cui dovrò trovarne un altro. Ok, mi dico mentre mi dirigo verso la folla di coloro che stanno compilando il foglio con i gruppi come se si conoscessero da tempo, niente panico. Due ragazze si fanno spostare dal gruppo 10 al gruppo 7, un'altra raggiunge la sua amica al gruppo 5 perchè il 9 era troppo numeroso. Arrivato al mio turno, la responsabile si rivolge a me "Tu dove vuoi andare?" Ok. Non conosco nessuno eccetto Eleonora, ma in fondo cosa vuoi che sia un lavoro di gruppo? Insomma, sarà sicuramente un buon modo per conoscere gente nuova. E poi non si può iniziare a fare gli schizzinosi sin da subito, devi dimostrarti easy, senza problemi, adattabile. Ecco un'altra mia prerogativa da studente cattolico. "Qualunque gruppo va bene" rispondo io in tono deciso. "Sicuro? Quindi il due che è poco numeroso va bene?" Oddio, che mi sia capitato il gruppo di reietti isolati che nessuno vuole avere tra i piedi? Oh mio Dio "Sì dai, basta che ci sia qualche maschio" rispondo io "Sì, ce ne è uno" "Bene". Fatto, risolto il problema del gruppo di Economia Aziendale: non so con chi lavorerò nè cosa farò, ma almeno è una cosa in meno da fare sulla mia lista.
Eleonora se ne è già andata.
Me ne esco dall'aula rimpiangendo la vecchia UniBi e i tempi in cui io e Clementia decidavamo le formazioni di gruppi di Organizzazione Aziendale in base ai compagni con la media più alta.
Scendo le scale e con la coda dell'occhio vedo che Luca è dietro di me. Mi si accosta "Siccome mi hanno appena messo nel gruppo due ed ho visto che anche tu sei stato aggiunto lì, mi sembra giusto presentarsi sin da subito" e mi stringe la mano. Facciamo un pezzo di strada assieme e poi ci salutiamo.
Oddio, avevo appena avuto la prima conversazione con Luca, il più figo del corso. Ho scoperto che è appena arrivato e che non conosce nessuno. Quindi io sono il compagno con cui ha più legato. Quindi io sono il suo "amico" del corso! Quindi domani si siederà a fianco a me ed Eleonora! E magari inizieremo ad uscire assieme e faremo ogni sera aperitivi alle Colonne! Oh mio Dio. Questa università promette bene.
Intanto, devo subito correre all'H&M a comprare una camicia per la lezione di domani: non posso certo sfigurare con il mio nuovo compagno di corso. E non appena ho realizzato questo mi dirigo verso Corso Buenos Aires.

venerdì 7 ottobre 2011

Primo giorno in Unicatt

3 ottobre 2011, ore 13 e 27.
D'accordo, sono in piedi fuori dall'UniCatt, indosso le mie francesine e i miei pantaloni beige preferiti trovati in saldo da Mango e fumo una sigaretta che sicuramente mi farà venire mal di testa per tutte le due ore di lezione di Psicologia. Intorno a me centinaia di studenti universitari cattolici corrono e socializzano come converrebbe per un primo giorno di lezione. Peccato però che il primo giorno di lezione per il mio corso era lunedì scorso, ovvero il giorno stesso del mio esame di cinese. Inizio tardando di una settimana. In fondo, però, riflettendo a pranzo con l'Adorata Cugina di fronte ad un'insalata, arrivare in ritardo ha i suoi vantaggi. Insomma, pensateci bene, tutti già inquadrati, ormai abituati a fare lezione l'uno con l'altro, si vedono arrivare me, con la mia borsa in vera pelle di bufalo, il più giovane del corso e stiloso solo come un organizzatore di eventi/giornalista/addetto stampa potrebbe essere. Insomma, sarebbe di certo un buon modo per incominciare: penseranno che io abbia troppi impegni per iniziare come tutti l'UniCatt in tempo e diventerò subito il Ragazzo Impegnato Del Corso, quello in carriera, che è talmente avanti con gli studi da potersi permettere di saltare la prima settimana di lezione. E tutti mi guarderanno con ammirazione e stima. Oh sì.
Mentre fantastico sul mio arrivo, mi dirigo verso l'aula che l'Adorata Cugina mi aveva indicato. Nemmeno il tempo di entrare e un grosso crocifisso si impone di fronte a me. Tutt'intorno decine e decine di studenti in gruppi continuano a parlare lanciandomi qualche occhiata quando capita.  
Prendo il primo posto che mi capita a tiro, quello nè troppo indietro,per evitare di fare l'asociale, nè troppo avanti, per evitare di fare il secchione. Mi siedo appoggiando la mia fantastica borsa che tutti sicuramente avranno notato nel posto a fianco al mio. Eccomi lì, seduto in UniCatt, una delle università più prestigiose di Milano! Ora non devo fare altro che aspettare che qualcuno si avvicini, qualcuno dotato di buon gusto e di stile, come si addice ad un organizzatore di eventi. Insomma, qualcuno dovrei pur attirare, no?
Mi sento tirare dietro. Oh, finalmente qualcuno che vorrà chiedermi da dove salto fuori, chi sono o complimentarsi con me per le mie nuove francesine. Mi giro. "Scusa" mi chiede una ragazza "hai letto l'articolo che c'era da preparare per oggi?". Ok, non era certo quello che avevo pensato di sentirmi dire. Oddio. Niente panico Aspirante Carrie Bradshaw, niente panico. Sei alla tua prima lezione, il professore capirà che non hai potuto frequentare la settimana scorsa. Sei il giovane della classe, l'impegnato del gruppo, capirà sicuramente. Cerco di fingermi sicuro di me iniziando a parlare con Eleonora, che si rivela essere della Bella Provincia, quando mi illumino: a due posti da me, solo, si è appena seduto un bel ragazzo. Il più bello del corso. Ok, Aspirante Carrie Bradshaw, niente panico. Cerco di fingermi indifferente quando durante la lezione mi passa il foglio delle firme e anche quando durante la pausa ci incrociamo nello stesso momento in cui decidiamo di fare domande a Eleonora. Fingo di capire tutto della lezione, ed annuisco a qualsiasi cosa dice il professore, anche quando accenna all'articolo in inglese assegnato per oggi. Ma fa tutto parte del piano, io ho tutto sotto controllo, ho un figo a distanza ravvicinata.
Alla fine della lezione io ed Eleonora usciamo e lui ci passa davanti.
D'accordo, ho trovato subito un buon motivo per iniziare a frequentare le lezioni in UniCatt.

giovedì 29 settembre 2011

Al varco (parte 2)

Ad inizio luglio, Aspirante Carrie Bradshaw aveva tentato la sua sorte accademica preparando l'esame più temibile in vista dell'ambita Laurea, l'odiato cinese3.
Se cinese1 era volato portando con sè un inaspettato 27 e cinese2 mi aveva fatto sfiorare la bocciatura con un orale che mi aveva fatto guadagnare il primo 20, per cinese3, tentato a luglio con una preparazione di 4 giorni, avrei dovuto sudare parecchio. E questo per svariati motivi: volevo laurearmi a novembre, perfettamente in linea con i tempi accademici, ero da poco entrato in Unicatt nel corso di organizzazione di eventi pagando sull'unghia 1300 euro per mantenere il mio posto (guadagnato dopo una graduatoria stilata in base alla media accademica), mi dilettavo a scrivere una tesi che faceva buchi da tutte le parti (cosa che alla mia relatrice sembrava importare poco) e per tutto questo avevo lasciato il mio lavoro nel Maxi Discount di Scarpe in modo da poter studiare con più calma e qualche spicciolo in meno.
A domenica sera, l'unico inghippo che avevo sulla strada per realizzare i miei piani di gloria era solo cinese3 (ma va?), l'unico in grado di poter mandare a monte quello che stavo facendo da mesi e che mi avrebbe portato, se non superato, a trascorrere un anno in completa nullafacenza, visto che avrei dovuto dire "addio" alla preiscrizione in UniCatt ad ai 1300 già versati. E non rimborsabili.
Con tutte queste promesse e previsioni appese ad un filo (l'esame) si può capire perchè dunque l'abbia affrontato con un nodo alla gola. Venerdì, sabato e domenica, ho vissuto a casa di Clementia, piegato sui libri e con la colazione al Mc Donald's come unico momento di svago.
Vissi con ansia per tre lunghi giorni e mercoledì mattina, trovai la madrelingua cinese con la mia professoressa, in attesa della mia performance finale, quella decisiva, che mi avrebbe finalmente fatto capire se potevo consegnare la tesi, se potevo entrare in UniCatt, se non perdevo 1300 euro, se avrei avuto qualcosa da fare di concreto per l'anno successivo.
La mia figuraccia asiatica terminò alle 13 e 32, con un'ora e mezza di sonno alle spalle e decine di ore di ansie e preoccupazioni con Clementia, quando il mio ultimo esame venne registrato sul libretto. Avevo ufficialmente finito.
Il che significava niente più caratteri inutili, un futuro roseo, una laurea a novembre, un nuovo inizio in UniCatt ma soprattutto che ero stato ripagato di tutti gli sforzi fatti in tutto un anno per poter riuscire a raggiungere i miei obiettivi.
Ce l'avevo fatta. Ora iniziava davvero una nuova carriera da organizzatore di eventi cattolico.